La vera guerra alla droga in Messico – Blog del Narco

Quelli che trovate qui sotto sono i paragrafi di apertura di Dying for the Truth. Il libro parla del famigerato Blog del Narco, nato per tenere i messicani al corrente delle attività (spesso cruente) dei sanguinari cartelli della droga, compito in cui i media tradizionali hanno fallito:

Poco prima che completassimo questo libro, due persone-un ragazzo e una donna che lavoravano con noi-sono stati sventrati e impiccati a un ponte nello Stato di Tamaulipas, nel nord del Messico. Grandi cartelli scritti a mano, noti come “narcobanner”, appesi vicino ai loro corpi, menzionavano il nostro blog, e dicevano che è questo che succede agli spioni di internet. Il messaggio si chiudeva avvertendoci che i prossimi saremmo stati noi. 

Qualche giorno dopo, sempre nel Tamaulipas hanno ucciso un’altra giornalista che ci forniva regolarmente informazioni. Gli assassini hanno lasciato tastiere, un mouse, e altre parti di computer accanto al suo corpo, oltre a un messaggio che faceva nuovamente riferimento al nostro blog.

Comunque, non ci lasciamo intimidire.

Come potete vedere, chi gestisce il blog rischia la vita. Il libro, che sarà pubblicato sia in inglese che in spagnolo dalla Feral House, includerà una selezione dei post e delle foto più rilevanti pubblicate tra il 2 marzo 2010, quando il blog è nato, e il febbraio 2011. Scegliendo di rimanere anonima per ragioni di sicurezza, la responsabile del blog ha infine accettato di parlare del suo lavoro, delle minacce e delle prove che lei e il programmatore del sito hanno affrontato per tenere in vita così a lungo questo progetto.

Secondo il libro, nel 2012, il loro sito internet-il cui scopo è raccogliere articoli e immagini non censurate (non fanno mai reportage loro stessi) delle violenze perpetrate dai cartelli messicani-ha registrato una media di 25 milioni di visite al mese. Secondo Alexa è uno dei siti più visitati del Messico. Nonostante le critiche da parte di alcuni organi di stampa per la pubblicazione di foto crude e informazioni ricevute dai cartelli (per esempio le foto di esecuzioni e videomessaggi destinati a organizzazioni rivali), e per la raccolta di contenuti da giornali o siti internet riportati senza citare le fonti, il blog è diventato una fonte di notizie essenziale per giornalisti, cittadini, e chiunque si interessi della questione.

VICE ha avuto la possibilità di parlare con Lucy (pseudonimo che ha scelto per proteggere la sua identità) del suo blog, del suo nuovo libro, e di cosa si prospetta nel futuro del Blog del Narco.

VICE: Cominciamo dall’inizio. Come è nato il Blog del Narco?
Lucy: Era un modo per mostrare la nostra rabbia contro le autorità e i media, che si erano dimenticati della loro principale responsabilità, ovvero tenere informato il pubblico. Io sono una giornalista, e il mio compagno si occupa sia di social network che di programmazione-così è nata l’idea, e il 2 marzo 2010 abbiamo aperto il blog.

C’è stato qualcosa in particolare che vi ha spinti ad agire?
Le storie della gente normale, tipo, “Sono andato in vacanza nel Tamaulipas e al telegiornale non davano notizie di quanto succedeva nella zona. Invece mi sono ritrovato nella tana del leone, le gang hanno rubato la mia macchina, mi hanno sequestrato per due giorni”-quel genere di situazione. Gente che non c’entrava nulla, ma che ci ha rimesso a causa della mancanza di informazioni.

Perché i media non ne parlavano?
Il silenzio ha due ragioni: dal una parte, il governo federale ha detto loro, “Non dovete dire nulla, qui non sta succedendo nulla,” e dall’altra, c’era la pressione delle organizzazioni criminali.

Cosa ti ha spinto ad andare contro a questi veti?
Sono cose che impari dai libri e dai professori, l’importanza e la bellezza di andare in cerca della verità, e di come sia importante essere obiettivi. Ma poi inizi a lavorare nel campo dell’informazione e ti rendi conto che le cose non vanno così. Ma perché non dovrebbero, se è ciò che il pubblico dovrebbe ottenere? Non stiamo parlando di una partita di calcio, parliamo di persone che vengono uccise: è una questione di vita o di morte. È una guerra tra le autorità e le organizzazioni criminali, ma noi, come società in generale, ci siamo ritrovati in mezzo e siamo quelli che la subiscono di più. È questo il punto.

Come si è evoluto il blog?
Le persone hanno cominciato ad aprire gli occhi, a rendersi conto che era in corso una sparatoria a due isolati da casa loro e che ai telegiornali o nei giornali non se ne parlava. I cittadini si rendevano conto che i trafficanti avevano organizzato un blocco sulla strada principale in pieno giorno e che nessuno ne parlava. La gente è rimasta delusa dai media tradizionali e ha cominciato a usare il blog come mezzo per raccontare quanto stava succedendo. È per questo che è stato creato, perché la gente potesse utilizzarlo a suo vantaggio, per proteggersi. Se nessuno si prende cura di noi, saremo noi a farlo.

C’è stato un momento in particolare in cui hai cominciato a capire che il blog stava dando dei risultati?
Ce ne sono stati molti. Ricordo che una donna ci ha scritto per dirci che, grazie al nostro blog, aveva scoperto che suo figlio era stato vittima di un’esecuzione. Ha visto una fotografia di quello che era successo, è andata al dipartimento di Medicina Legale, ha preteso il suo corpo ed è riuscita a portarlo a casa. Per esempio, i gruppi criminali reclutano gente nello Stato di Veracruz e la portano nel Tamaulipas, perché non vengano riconosciuti dai parenti. Migliaia di corpi finiscono nelle fosse comuni, e nessuno scopre mai che cosa sia successo ai propri cari; il blog ha contribuito a identificare un sacco di persone.

Ti preoccupa che il blog possa diventare il luogo da cui i cartelli annuncino le loro esecuzioni per instillare paura nei lettori?
Questo modo di pensare ci ha causato un sacco di attacchi sulla stampa. Molta gente pensava che fossimo i portavoce dei cartelli, ma non è vero. Se pubblichiamo qualcosa, dobbiamo pubblicare tutto; altrimenti è come se ci schierassimo, e quello sarebbe un problema. Veniamo criticati anche perché pubblichiamo i messaggi dei narcos, ma ti dirò perché lo facciamo: perché è quello che succede. È quella la verità, che piaccia o meno alla gente.

La verità è che ci sono ottimi giornalisti messicani che parlano della guerra alla droga, ma è anche vero che spesso i principali organi di informazione si schierano o si autocensurano. Perché succede?
Sembra che la norma sia “fa’ quello che vuole il cliente,” dal politico locale, al politico federale, al partito che paga di più, alla squadra di calcio che compra più spazi pubblicitari o gli artisti che sganciano mazzette. I media tradizionali dipendono dai loro clienti, noi no, noi non avremo mai dei clienti. Credo che parlare di una gang e dell’altra, e delle autorità, significhi essere neutrali.

Pensi che le immagini che pubblicate funzionino come deterrente per i giovani che altrimenti potrebbero decidere di entrare nell’orbita dei trafficanti di droga?
Sì, certo. Se sei giovane e vedi quello che pubblichiamo, ti viene da dire, “Farò il muratore, non voglio finire così. Magari con quei soldi potrei vivere da ricco per un paio d’anni, ma non vedrò mio figlio crescere.” Ha funzionato. E ha funzionato talmente bene che i gruppi criminali, gli stessi che prima stavano seduti aspettando che i giovani andassero a chiedere loro un lavoro, ora devono reclutarli con la forza.

Non vorresti, a volte, non esserti presa quest’enorme, pericolosa responsabilità?
È molto dura, ma bisogna avere il coraggio di dire, “Resterò qui perché non sto facendo nulla di sbagliato, e perché amo il Messico e amo il mio Paese e voglio che alla fine torni la pace.” Ovviamente rivogliamo le nostre vite, perché sono stati due anni molto intensi.

Ci sono cose che avete deciso di non pubblicare?

C’erano delle immagini molto forti. Cose contro natura, foto e filmati che non mi hanno fatta dormire per settimane, e quando finalmente sono riuscita a chiudere gli occhi, per due mesi ho avuto incubi.

Perché sono così cruenti? Perché non si limitano a sparare in testa alla gente, invece di tagliarla a pezzetti e scuoiarla?
Per la paura. Un sacco di persone vengono minacciate, e a molti sicari viene detto, “Se non lo fai, uccideremo la tua famiglia.”

Nel vostro libro raccontate di come persone che vi hanno dato delle informazioni siano finite nei guai o siano state uccise.
Alcuni dei nostri informatori nel Tamaulipas sono andati incontro a una fine orribile, e quello ovviamente ti lascia senza parole. Perché continuiamo a farlo? Perché vogliamo fare qualcosa per il Messico. Quando il Messico sarà un posto sicuro, smetteremo.

Sia i cartelli che il governo vi hanno minacciato-quali sono state le minacce più inquietanti?
Le minacce del governo erano molto più dure, e arrivavano da molto in alto. Avevamo un insider che ci aiutava, che ci diceva, “Hanno scoperto la zona in cui vi state nascondendo,” quindi raccattavamo quello che potevamo e fuggivamo di nuovo. Abbiamo vissuto da nomadi per due anni.

Quali sono le notizie che hanno mandato in bestia il governo?
I video mandati da “La Tuta,” e “Los caballeros Templarios” [I “templari” sono uno dei cartelli dello Stato dell’ex presidente Felipe Calderón, il Michoacan]. La situazione nel Michoacan turbava molto Calderón-lo fa tuttora.

Qualche altro esempio?
Casino Royale-perché non sono riusciti a nascondere il numero delle vittime. Le cifre ufficiali dicevano 50 e rotti, ma noi abbiamo saputo che 100 persone non sono mai state ritrovate.

Alla fine della guerra voluta da Calderón, la quantità di droga diretta negli Stati Uniti è aumentata invece di calare, e più di 70.000 persone sono state uccise. Abbiamo ottenuto qualcosa da questa guerra?
Abbiamo perso molto. Forse abbiamo guadagnato in coraggio. Ora diamo valore a quello che abbiamo; io ero una persona materialista, ma tutto questo mi ha fatta cambiare. Vedo la vita in modo diverso, do valore al fatto di poter respirare, bere un caffè, fumare una sigaretta.

Come si sta muovendo il nuovo governo?
Stanno riorganizzando le cose. Usano una forma di censura leggera e una strategia molto diversa da quella di Calderón. Si basa sul lavoro nell’ombra. Peña Nieto non ha detto una parola. Forse vuole che dimentichiamo la presidenza di Calderón; magari lui riuscirà a risolvere il problema.

Il vostro libro verrà pubblicato inizialmente negli Stati Uniti, e molti articoli saranno disponibili in inglese per la prima volta dall’apertura del blog. Quali reazioni ti aspetti?
Devono capire che ogni canna che fumano e ogni striscia che tirano costano molto sangue in Messico. Gli americani sono i principali consumatori. Le droghe non spariranno, perché sono un affare, quindi perché non legalizzarle?

Tu cosa ne pensi?
Chi ha qualcosa da perdere se le droghe vengono legalizzate? Questa è la domanda.

Per finire, perché avete scelto di pubblicare il blog in forma di libro?
Abbiamo detto di no alle nostre stesse vite allo scopo di fare qualcosa per milioni di altre persone. Può succedere qualunque cosa al sito, e può succedere qualunque cosa con questo presidente, ma il libro rimarrà.

Fonte: http://www.vice.com/it/

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