La droga del futuro sarà digitale?

Addio spinelli, cocaina, ecstasy. Tra 20 anni, ci si farà di stimolazioni cerebrali, ultrasuoni e nanoparticelle. Parola di esperto. Nella realtà, intanto, vanno per la maggiore le sostanze sintetiche “furbe”

AI

Nel film di fantascienza Strange Days gli spacciatori all’alba del nuovo millennio non smerciano più sostanze stupefacenti di vecchia generazione. La droga è diventata virtuale. I tossici si sparano nel cervello sensazioni psicoattive registrate su cd e trasferite direttamente ai neuroni tramite un’apposita apparecchiatura. È questo il futuro che ci aspetta dietro l’angolo? Secondo Rohit Talwar, il fondatore diFast Future Research, un’organizzazione britannica che studia le nuove tendenze, sì. Tra vent’anni le droghe saranno sempre meno chimiche e sempre più tecnologiche. Videogiochi immersivi capaci di alterare la realtà. Scosse elettromagnetiche cerebrali con effetti allucinogeni. Narcotici tagliati in base al proprio Dna per massimizzare lo sballo e ridurre il “down”. E ancora, nanoparticelle ingegnerizzate per trasportare i composti stupefacenti solo a specifici centri neuronali. Sono solo alcune delle ipotesi prospettate. Certo è, sostiene Talwar, che più avanzeranno le conoscenze nel campo delle neuroscienze, della genomica e della bioingegneria, più sarà facile manipolare le percezioni del cervello. Così, per esempio, la stimolazione magnetica transcranica o Tsm, una sorta di debole elettroshock che altera l’attività dei neuroni in modo reversibile, potrebbe soppiantare le droghe tradizionali riproducendone gli effetti piacevoli, senza le conseguenze devastanti sull’organismo. Ma è davvero realistico uno scenario simile? “Effettivamente con la stimolazione magnetica cerebrale è possibile suscitare percezioni sensoriali non corrispondenti alla realtà circostante”, spiega Raffaella Rumiati, neuroscienziata della Scuola internazionale di studi superiori avanzati di Trieste. “Il macchinario, una piccola sonda a forma di otto che viene appoggiata sul cranio, genera un leggero campo magnetico che può stimolare o inibire la corteccia visiva, uditiva o motoria. Questa stimolazione viene impiegata, per esempio, nel trattamento dei pazienti schizofrenici che hanno allucinazioni o sentono le voci. All’opposto, si potrebbe pensare di utilizzarla per suscitare esperienze distorte simili a quelle delle sostanze stupefacenti. Tuttavia – prosegue Rumiati – la trovo un’ipotesi impraticabile. Si tratta di macchinari sofisticati, costosi, che richiedono personale specializzato”. Possiamo anche far lo sforzo d’immaginare che nel 2030 i ragazzi, anziché fumare uno spinello o calarsi una pasticca in discoteca, si stordiscano d’impulsi magnetici cerebrali. Ma è qualcosa che può dare dipendenza come le droghe? “Se funzionasse sì, ci vuol pochissimo a diventare dipendenti da qualcosa che procura piacere”, risponde Gaetano Di Chiara, farmacologo e psichiatra dell’Università di Cagliari, membro dell’ Istituto nazionale di neuroscienze. Fonte: http://daily.wired.it/

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